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IL COMITATO NAZIONALE MINORANZE ETNICO – LINGUISTICHE DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI HA PUBBLICATO UNA INTERESSANTE RICERCA DI MARIA ZANONI
SEGNI DEL TEMPO
PREFAZIONE DI PIERFRANCO BRUNI

BENI CULTURALI E IDENTITA’. Su questo tema il Comitato Nazionale Minoranze etnico – linguistiche del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha pubblicato una interessante ricerca di Maria Zanoni. L’intenso lavoro del Comitato Nazionale esplora diverse problematiche riguardanti  gli elementi di approfondimento relativi al rapporto tra beni culturali, etnie (minoranze linguistiche storiche) e territorio. Questa ricerca costituisce un riferimento significativo che  va all’insegna della valorizzazione e della promozione delle culture “sommerse”.  Il Comitato nel suo straordinario compito di penetrare le culture delle minoranze etnico – linguistiche ha posto in evidenza, con questa ricerca, modelli antropologici che si confrontano con la storia, con la tradizione, con l’archeologia, con l’arte. Un approfondimento tra l’etno – archeologia e l’etno – storia. La pubblicazione è ricca di immagini a colori che danno un senso, in modo particolare, sia al territorio si all’incontro tra grecanici, arbereshe e occitano. Ma il punto centrale resta la visione del bene culturale come lettura profondamente antropologica del territorio.

 Il saggio introduttivo è curato da Pierfranco Bruni che agli aspetti delle minoranze dedica gran parte della sua attività di studio e di promozione culturale.

 

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  • IL VALORE DI UN RAPPORTO TRA “ETNO” E STORIA

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  • “Beni culturali e identità”. Uno studio attento che precisa non solo alcuni particolari percorsi ma puntualizza, in forme teoriche, un dettato su come ragionare sul sistema del patrimonio culturale.
    Maria Zanoni sottolinea nella sua ricerca alcuni capisaldi. Uno di questi è il concetto di “continuità” all’interno di un viaggio sul territorio. Il bene culturale è cultura popolare, è paesaggio, è antropologia nel “graffiato” delle immagini ed è storia che riporta sulla scena il passato pur vivendo il presente. Due temi significativi che occupano, d’altronde, il dibattito dei nostri giorni.

    Ed è in questo contesto che Maria Zanoni intreccia elementi storici con questioni antropologiche, fenomeni linguistici con aspetti archeologici. Un bene culturale “interpretato” a tutto tondo. L’esame riguarda uno spaccato straordinario di Calabria. Un territorio all’interno di una temperie e di una visione completamente mediterranea. Gli elementi mediterranei fanno da sfondo, anche se in molte occasioni, diventano centrali per penetrare la coscienza stessa degli ambienti, dei paesaggi e delle storie locali. Ma il percorso è abbastanza articolato.

    Si pensi ad una Calabria che sul piano della cultura etnica riferita alle minoranze linguistiche è interessata da ben tre poli di riferimento. Gli Italo–Albanesi, i Grecanici, gli Occitani–Valdesi. Queste tre realtà sono raccontate grazie ad una lettura non solo antropologica ma storica riferita alle strutture presenti in queste comunità la linea della cultura basiliana mi sembra un fatto significativo come lo studio su alcuni palmenti senza dimenticare il “diario” di bordo che va per castelli e chiese. Ma il concetto di bene culturale ha un’altra chiave di lettura che è quella collegata al mondo contadino e alle attività produttive.
    Dalle etnie presenti sul territorio alle cosiddette culture del tempo ritrovato. Valori e civiltà sono modelli di comparazione con il presente.

    Ritornando al discorso sulle minoranze etnico – linguistiche, definire un tracciato che va dalla chiesa di San Basile ai supporti storici e artistici di Frascineto, Civita, Lungro e alle forme di tradizione e di antropologia mirata e dello sguardo di Spezzano Albanese in un raccordo con la “grecanicità” dei paesi dell’interno della provincia di Reggio Calabria e alla lettura del “sito” di San Sisto dei Valdesi e di Guardia Piemontese è un dato di straordinaria rilevanza culturale, perché mette a nudo, nella sua straordinaria meraviglia, un’immagine articolata di una eredità che non smette di confrontarsi con il contemporaneo.

    Ma Maria Zanoni compie un vero e proprio viaggio in quei “segni del tempo” che costituiscono la memoria di una civiltà.
    La Calabria è una testimonianza, ma è da considerarsi una testimonianza all’interno di un ambito molto più vasto qual è appunto la cultura del Mediterraneo. La presenza delle etnie con quella più vasta della cultura del patrimonio archeologico, storico e antropologico è una “ricostruzione” tangibile di un legame che si sistematizza all’interno dei territori. Ed è qui che il concetto di “etno” si incontra con quello di “mito” e questo con quello di “rito”. Ma il bene culturale è la chiave di lettura per addentrarsi in questo puntuale ed affascinante “pellegrinaggio”. I siti qui restano fondamentali.

    I beni culturali sono tracciati di tempo che testimoniano il vissuto delle civiltà. Sono l’espressione di una trasmissione di eredità che documentano identità, simboli e modelli di appartenenza. Soprattutto quando l’esperienza del bene culturale è fatta di linguaggi, di archeologia, di storia, di arte, di letteratura. Messaggi che lasciano segni e a questi segni bisogna fare riferimento per leggere un territorio, interpretarlo, definirlo in quella complessità che è un intreccio di elementi geografici, storici, estetici.

    Il bene culturale è una dimensione in cui i valori diventano partecipazione all’interno di una realtà che coniuga passato e presente, ovvero quotidianità e memoria. Ed è questo un “messaggio” implicito nella ricerca della Zanoni.
    È su questo piano che occorre penetrare il tessuto di un patrimonio che è sempre vivibile nel momento in cui il territorio stesso è un raccordo tra ambiente, paesaggio e determinazione storico–culturale. Il territorio è dentro un ambiente e si osserva nel suo presente ma è il portato di “infiltrazioni” che definiscono modelli di appartenenza. In questo caso il rapporto tra archeologia e storia è significativo. Non si può definire culturalmente e quindi storicamente un sito se lo stesso non lo si legge nella funzionalità di un quotidiano in cui il territorio si trova a vivere.

    Proprio per questo una proposta di interpretazione archeologica deve avere naturalmente un suo senso attraverso una chiarificazione che ci offre soltanto una attenta valutazione del valore etnico. L’etnia sia in un contesto archeologico che storico ci porta ad una verifica di quel rapporto tutto giocato tra l’antico e il moderno, o meglio tra ciò che è stato, ciò che si è trasmesso e ciò che è. Ciò che si cattura immediatamente è il legame tra una relazione di passato e il vivere il tempo nel quale si opera.

    La ricerca di Maria Zanoni non smette di porre all’attenzione tale importante problematica. Questi due aspetti permettono di offrire un’immagine più completa a quello che in senso piuttosto generale (o generico) chiamiamo bene culturale. Come può essere spiegata l’archeologia se non attraverso modelli in cui il presupposto antropologico risulti fondante per un inquadramento ragionato del territorio. Ma le etnie o il presupposto “etno” ormai è da riconsiderare in tutto quel percorso che richiama la valenza di una comprensione della storia grazie ad uno scavo di metodologia anche estetica nel tempo.

    Il tempo va indagato. Sembra dirci questo studio, in virtù di una rappresentazione del bene culturale.
    Infatti il bene culturale è rappresentazione, ma diventa tale solo se si compie quel percorso che porta dall’archeologia alla storia modulando l’approfondimento sul territorio attraverso la presenza etnologica, antropologica, demologica. E qui ci sono tutti questi elementi.

    Le immagini parlano.

    La Zanoni, d’altronde lavora sulle immagini e la fotografia è fondamentale proprio in quell’antropologia dello sguardo. Così anche i cosiddetti linguaggi “tagliati” o lingue sommerse devono essere presi in considerazione come tracciati di un bene culturale nel quale è necessaria la comparazione tra tempo archeologico e tempo storico. Non si tratta di “eccessi di cultura” ma di ridefinire anche una questione relativa al “taglio” concettuale di bene culturale. Nella interazione tra archeologia e storia il paesaggio della cultura ha una straordinaria importanza proprio perché si avverte la continuità della storia anche nella lettura dell’ambiente. Questo ci permette di non usare frammentazioni e di realizzare un corpus unico tra le varie stagioni della civiltà e le epoche.

    Il bene culturale si porta sempre con sé i “segni del tempo” (i segni del tempo della Zanoni sono i segni del tempo di un rapporto tra popolo e civiltà) che diventano delle regole che, comunque, permettono di non assentarci/si dal tempo che viviamo mentre ne analizziamo i segni pregressi.
    Anche l’archeologia, in una tale definizione, non appartiene soltanto allo studio di un passato lontano ma si stabilisce nella consequenzialità di un rapporto con il presente dei territori.

    Allora l’interpretazione di un sito è una forza non slegata dalla nostra attualità perchè il rapporto tra passato e presente, come si diceva, si delinea nel momento in cui ci troviamo di fronte all’idea del bene culturale. Per capire come viveva un popolo all’interno di una civiltà e di una temperie del IV secolo a.C. bisognerebbe rapportare quel popolo alle esigenze di quel tempo, grazie a dei parametri ben strutturati alle esigenze di una cultura contemporanea.

    Le rilevanze storiche non possono fare a meno di un impatto con due concetti chiave: il tempo e lo spazio.
    Oggi ci muoviamo dentro queste due dimensioni per parlare del passato, invece, si entra nella storia. Ma il bene culturale non può fare a meno di questo incontro. Ecco perché il valore “etno” assume una sua sistematicità nel rappresentare e nel comprendere il bene culturale come identità e come realizzazione di una consapevolezza degli strumenti e della società moderna e contemporanea.

    L’antico, in fondo, è quasi sempre parcellizzato nel moderno. Nel campo dei beni culturali recuperare la componente etnologica (in una lettura integrata e comparata dei territori) significa dare senso ad una manifestazione articolata delle culture presenti in un determinato contesto.
    Questo mi sembra un dato sul quale bisognerebbe riflettere, anche perchè il ruolo dei beni culturali si è abbastanza ampliato ed è diventato trainante in molti settori grazie, tra l’altro, proprio a un legame duttile con i contesti territoriali. I beni culturali si presentano chiaramente diversificati, ma il territorio deve offrire una lettura omogenea, nella quale il presente non perda i connotati e il passato non affoghi il presente stesso.

    La ricerca della Zanoni apre delle prospettive interessanti proprio su questi versanti. E il valore dell’ “etno” è una dimensione che interessa l’etica e l’estetica del bene culturale all’interno di un progetto il cui dialogo tra cultura, civiltà e popoli resta indelebile.

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  • Pierfranco Bruni

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