Mirë se erdhe...Benvenuto...
ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

Le famiglie albanesi commemorano i defunti

"Per shpirten e prigatorvet...ndie Zot".

di Vincenzo Librandi


Vaccarizzo Albanese - "Ndie -Zot - Picihudhra" con quest' antichissima supplica, a mo di grido, che s'innalza, alle prime luci dell'alba, in tutti i paesi albanesi d'Italia, si festeggia sabato 14 Febbraio, con una settimana d'anticipo rispetto alle millenarie tradizioni, per la coincidenza, del prossimo sabato, della "Candelora", la commemorazione dei defunti (te
vdekurat).
 In tutta la "Diaspora" dei paesi albanesi, dislocati in varie regioni meridionali italiane, infatti, la prima settimana liturgica di febbraio è sempre stata dedicata, con sentita ed appassionata dedizione alla "festa" dei morti. Per tutta la settimana ed in ogni casa sono tenute accese, notte e giorno, generalmente sul davanzale del caminetto, delle candele o dei tipici lumi alimentati ad olio, dal caratteristico odore, con lo scopo d'illuminare la venuta dei morti nei luoghi a loro più
cari; si crede, infatti, che Gesù Cristo dia il permesso alle anime dei defunti di uscire dall'oltretomba per ritornare, proprio nei giorni di questa settimana, nei posti dove, precedentemente, sono vissuti.

Per come prescrive il "tipikon" del rito greco-bizantino questa commemorazione dei defunti di tutti i discendenti di Scanderberg (eroe albanese, strenuo difensore della cristianità contro l'
invasione turca del Quattrocento) è tenuta il sabato di una settimana prima di Carnevale o a quindici giorni dalla quaresima, perché, fin dai tempi più antichi (dal 17 Gennaio 1468 quando,
con la morte di Scanderberg si ha la terza migrazione e la fondazione delle comunità albanesi del cosentino) gli albanesi d' Italia sono soliti ricordare, prima dell'inizio di tutte le feste dell'anno, (per alcuni, prima dell'inizio della primavera)  per sette sere  consecutive - le settene - i loro cari "Prigatort"(defunti).
 In tutte le più agiate famiglie albanesi, sin dal venerdì sera s'incominciano a preparare, su un gran tavolo, i più svariati e tipici prodotti alimentari quali: grano bollito (picihudhra),pasta e ceci, abbondante olio fino, vino e denari che vengono distribuiti in suffragio dei defunti alle moltissime persone, i più bisognosi e soprattutto ai bambini, che oggi, sabato 26 Gennaio, alle prime luci dell'alba, con il canto dei galli, si presenteranno a bussare in tutte le abitazioni del paese intonando il grido tramandato da secoli di: "Ndie-Zot" (Aiutali - Signore).
 Non solo i poveri sono "autorizzati", oggi, per questo sacro giorno, a chiedere l'elemosina per le anime del purgatorio - "per shpirten e prigatorvet lipijen picihudhrin" - ma anche i più ricchi che per un "ex voto" vogliono, così facendo, umiliandosi, ringraziare la volontà del Signore che li ha risparmiati fino aquel giorno.
Tutti gli arbereshe, (italo-albanesi) sicuramente ricorderanno che da bambini, almeno per una volta, hanno partecipato alla cerimonia del "ndie Zot" ed emozionante ed incancellabile rimane,
da adulti, rammentare il travaglio della "precedente notte in bianco". E la memoria diventa più forte quando si rievoca la facilità, dopo un primo tormento interno per l'impatto della prima "bussata", di come si potesse chiedere ed ottenere, almeno per quella volta, in quell'occasione che si ricordavano i defunti, una qualche cosa che doveva servire per intercessione dei morti. Anche per questo si "viaggia" su questa terra.
Nel corso della stessa mattinata di sabato si tiene conto di distribuire, inoltre, tra le famiglie del vicinato "gjtonja", con una cerimonia detta "Maltezit", dei panini di farina di grano"picatullin", dalla forma allungata con sopra il simbolo della croce ed un segno lasciato sopra da un pizzicotto delle dita che è il simbolo del pane dei morti, che si preparano proprio e solo
per questa ricorrenza.
Al primo suono delle campane, intorno alle otto, sempre dello stesso sabato, e senza proroga, il "Ndie-Zot-Picihudhra" termina.

I ragazzi, contenti, contano i soldi ricevuti, le persone più povere, oltre ai denari, le "cibarie" (olio, vino, formaggi, salami) con le quali, ancora oggi, possono riempire le credenze vuote, e tutte le altre famiglie si recano in chiesa a partecipare la Messa "grande" che il Papas (prete) celebra in suffragio dei defunti.
 Di spettacolare importanza rimane il rito detto del "Trisaghion". Durante la Messa del mattino, sopra un tavolino posto davanti all'altare e alla croce, si predispone un piatto stracolmo di
"Collivi", un dolce a base di frumento cotto e condito con tanti ingredienti (olio, sale, pepe, aglio) che variano con l'usanza del posto. I "Collivi" rappresentano, per tutti gli albanesi, il
simbolo della vita e della Resurrezione: così come il grano deve essere sotterrato per germogliare, anche coloro che sono morti nel nome del Signore devono essere prima tumulati per poi essere felici nella resurrezione e nella beatitudine eterna.
Finita la cerimonia religiosa della Messa, tutta la popolazione, composta e silenziosa, in una lunga, partecipata e suggestiva processione, recando in mano fiori e candele, il più delle volte
accese, si dirige, con in testa il "Papas", o sacerdote di rito greco-ortodosso, verso i luoghi sacri della tumulazione per rinnovare l'antica tradizione del culto dei morti. Al seguito anche la banda musicale del luogo che per tutto il tragitto esegue delle commoventi suonate.
Giunti al cimitero, poco distante dal paese, toccanti lamenti, soprattutto femminili, si elevano al cielo per implorare nostro Signore: "Jipi rripoz, oj Zot - Jipi rrecet - te vdekurvet jipi
drite - tek jetra jete - Zot, moi Zot - mos na bandunar - se nder kta pen - ket na librarsh". (Dai riposo, oh Signore – dai ricetto - ai morti dai luce -  nell'altra vita - Signore, oh Signore - non ci abbandonare - che da queste pene - ci develiberare).
In ogni tomba del cimitero, senza trascurarne alcuna, un' orazione, una candela, un fiore, il ricordo degli amici e dei parenti; il "papas", alternato dalle suore, dietro ricompensa non richiesta, dopo aver acceso delle candele, recita a voce alta, in greco antico o in albanese delle preghiere che, secondo riti e tradizioni, dovrebbero intercedere presso nostro Signore in favore dell'estinto.
Nel pomeriggio dello stesso giorno di sabato, avviene un'altra emozionante cerimonia detta della "Panagja dei morti", che, ancora oggi rimane il simbolo della resurrezione dei corpi e dell’ immortalità dell'anima. Le famiglie, che hanno avuto di recente dei lutti, preparano una gran quantità di grano bollito che poi dispongono a guisa di cupola su un gran tavolo coperto da una
tovaglia di lino bianco, con una candela spenta e un gran pane casereccio.  Arriva il prete (Zoti) che, vestito dei paramenti sacri, prende la candela e la dispone in mezzo al grano; legge le
orazioni e benedice il frumento, accende la candela che poi spegne immergendola tra i chicchi di grano bollito. Poi benedice il pane, lo taglia a piccoli pezzi e lo distribuisce con il grano fra i presenti avvolti dall'incenso (familiari e parenti del defunto e, ovviamente, le "comari" della gjtonja) che iniziano così il sacro rito della consumazione del pasto dei morti; infine altre preghiere e nenie religiose vengono innalzate a favore dell 'estinto.
Antichissime tradizioni albanesi, che da qualche decennio hanno anche un seguito, quando durante la serata si riuniscono gli amici di sempre, davanti al gran tavolo imbandito con "ogni ben di Dio" e, naturalmente, del buon vino di stagione; ricordano, banchettando, gli amici, quegli altri che non ci sono più e che ora, in cielo, pregano anche per loro.
Tradizioni e culture, monito per le future generazioni, che vorremmo trasmettere ai nostri figli e ai nostri lettori affinché questi antichissimi usi di un popolo ancora più antico, di discendenza illirica, non vadano perduti.
 

Vincenzo Librandi

Priru / Torna