Non solo massiccia
partecipazione di gente nei cimiteri a cominciare dalle prime ore della
mattina, ma anche cerimonie che si perdono nella notte dei tempi, rituali
carichi di significati affascinati e suggestive credenze, testimoni di
sentita spiritualità religiosa e dal forte impatto umano.
Tutto questo si vedrà sabato
nelle comunità di lingua e tradizioni albanesi ancora legate al calendario
liturgico bizantino, in occasione della commemorazione dei defunti.
Sebbene il giorno della settimana sia sempre lo stesso, il sabato – in
ricordo di due grandi resurrezioni, quella Cristo e di Lazzaro – la
ricorrenza è soggetta ogni anno a variazioni legate alle festività
pasquali, e più esattamente si tiene il sabato prima della domenica di
Carnevale e quindici giorni prima della Quaresima.
I riti della più sentita
ricorrenza religiosa per gli italo-albanesi iniziano il mercoledì della
settimana precedente con un novenario nelle ore pomeridiane. Dallo stesso
giorno in molte abitazioni è consuetudine tenere accesa una lampada
alimentata a olio, perché una suggestiva credenza, per niente scalfita dal
tempo, vuole che “nel giorno dedicato ai defunti Cristo consente loro
di uscire dalle tombe per lasciarli liberi di vagare dove vogliono. Ed
essi si recano soprattutto nei luoghi frequentati in vita; senza chiedere
niente e nemmeno manifestarsi, per non spaventare quelli di casa, e questi
ultimi fanno bene a tenere una lampada accesa, così che illumini loro il
cammino”. Il prossimo sabato però “dovranno malinconicamente ritornare
nelle proprie dimore eterne”
Massiccia è la partecipazione
dei fedeli alle sacre funzioni, a cominciare dalle prime ore di stamane.
Caratteristica è la processione guidata dal papàs verso il cimitero, e di
struggente malinconia si rivelano i canti funebri in albanese che il
corteo di gente di ogni età intona lungo il tragitto.
Altro appuntamento con la
tradizione è l’usanza di lasciare una pietra o un ramoscello di mimosa sul
bordo di una stele funebre eretta sul sentiero che conduce nel luogo sacro
nel 1932, in memoria dei caduti nella prima Guerra mondiale. Una usanza
giustificata, probabilmente, dalla convinzione di riuscire così a
scongiurare il pericolo di una morte violenta e prematura, come quella
che ha strappato la giovane vita dei soldati, lasciando un “pegno o
pedaggio” in cambio della salvezza.
Arrivati in cimitero, nella
cappella comune viene celebrata la liturgia in suffragio dei defunti,.
dopodiché il sacerdote procede alla benedizione delle tombe con incenso
e acqua santa. E’ possibile ancora vedere qualche sepolcro imbandito con
vino, pane, salami, ingredienti tradizionali “del banchetto” in compagnia
di chi ha lasciato questo mondo per sempre.

Da qualche anno anche merendine
e dolci , liquori, biscotti confezionati e caramelle sono sempre più
presenti, con il thermos di caffè alla pari con la bottiglia di vino.
Tutti prodotti del consumismo e della moderna alimentazione, quasi a
integrare gli elementi gastronomici di una volta; indiscussi segni di
“aggiornamento”dell’oggetto alimentare che cambia, mantenendo tuttavia
immutate tradizione e usanza. Si parla , si mangia e si beve, scambiando
convenevoli tra conoscenti. Scortese e privo di sensibilità sarebbe, in
questa autentica comunione con il defunto, rifiutare l’invito a bere o
assaggiare qualcosa rivolto ai passanti in memoria di chi ha lasciato
questo mondo. E’ convinzione, infatti, che “chi non c’è più continui ad
avere bisogno di nutrimento e possa restare associato ai vivi nel piacere
del cibo” e dei piccoli diletti della vita: una sigaretta o la bevanda
abituale del defunto, lasciate apposta sul sepolcro. L’usanza, lungi
dall’essere indice di arretratezza , rinvia all’ultima cena tra Gesù e i
suoi discepoli, in cui Egli annunciò la sua morte nel corso del
banchetto.
Dopo la visita in cimitero, una
volta ritornati in paese il papàs viene invitato dalle famiglie colpite da
un lutto a benedire le “panaghje”o “collivi”, il grano bollito (simbolo
del ritorno in vita dei corpi) che genera nuova vita a condizione che sia
sotterrato.
Su un tavolo vengono sistemati
un piatto con il grano bollito, una candela accesa (simbolo della
immortalità dell’anima), una bottiglia di vino e due pani (simboli
sacramentali) . Dopo la benedizione il sacerdote spegne la candela
immergendola nel grano e taglia uno dei pani a pezzetti, offrendoli con
del grano ai presenti.
In serata l’ultimo atto della
giornata in memoria dei defunti arbëreshë.
Sul solco di millenarie
tradizioni pagane, retaggio della cultura greca e latina, gli uomini si
ritrovano a gruppi per consumare, in un clima di festa molto composta, una
cena basata soprattutto su salami e formaggi locali e innaffiata da vino
paesano. Accanto una sedia vuota, rigorosamente “riservata” ai defunti.
Anche questi, infatti, nel giorno della loro “festa “ prendono parte con i
vivi al banchetto comune, all’insegna di una ricorrenza fatta non solo di
dolore.
Adriano Mazziotti