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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

 

LA GIORNATA DEDICATA AI DEFUNTI

di Adriano Mazziotti

Non solo massiccia partecipazione di gente nei cimiteri a cominciare  dalle prime ore della mattina, ma anche cerimonie che si perdono nella notte dei tempi, rituali carichi di significati affascinati e suggestive credenze, testimoni di sentita spiritualità religiosa e dal forte impatto umano.

Tutto questo si vedrà sabato nelle comunità di lingua e tradizioni albanesi ancora legate al calendario liturgico bizantino, in occasione della commemorazione dei defunti. Sebbene il giorno  della settimana sia sempre lo stesso, il sabato – in ricordo di due grandi resurrezioni, quella Cristo e di Lazzaro – la ricorrenza è soggetta ogni anno  a variazioni legate alle festività pasquali, e più esattamente si tiene il sabato prima della domenica di Carnevale e quindici giorni prima della Quaresima.

I riti della più sentita  ricorrenza religiosa per gli italo-albanesi iniziano il mercoledì della settimana precedente con un novenario nelle ore pomeridiane. Dallo stesso giorno in molte abitazioni è consuetudine tenere accesa una lampada alimentata a olio, perché una suggestiva credenza, per niente scalfita dal tempo,  vuole che “nel  giorno dedicato ai defunti   Cristo consente loro di uscire dalle tombe per lasciarli liberi di vagare dove vogliono. Ed essi si recano soprattutto nei luoghi frequentati in vita; senza chiedere niente e nemmeno manifestarsi, per non spaventare quelli di casa, e questi ultimi fanno bene a tenere una lampada accesa, così che illumini loro il cammino”. Il prossimo sabato però “dovranno malinconicamente ritornare nelle proprie dimore eterne”

Massiccia è la partecipazione dei fedeli alle sacre funzioni, a cominciare dalle prime ore di stamane. Caratteristica è la processione guidata dal papàs  verso il cimitero, e di struggente malinconia si rivelano i canti funebri in albanese che il corteo di gente di ogni età intona lungo il tragitto.  

Altro appuntamento con la tradizione è l’usanza di lasciare una pietra o un ramoscello di mimosa sul bordo di una stele funebre eretta sul sentiero che conduce nel luogo sacro nel 1932, in memoria dei caduti nella prima Guerra mondiale. Una usanza giustificata, probabilmente, dalla convinzione di riuscire così  a scongiurare il pericolo di una morte violenta e prematura,  come quella che ha strappato la giovane vita dei soldati, lasciando un “pegno o pedaggio” in cambio della salvezza.

Arrivati in cimitero, nella cappella comune viene celebrata la liturgia in suffragio dei defunti,. dopodiché il sacerdote   procede alla benedizione delle tombe con incenso e acqua santa. E’ possibile ancora vedere qualche sepolcro imbandito con vino, pane, salami, ingredienti tradizionali “del banchetto” in compagnia di chi ha lasciato questo mondo per sempre.

Da qualche anno anche merendine e  dolci ,  liquori, biscotti confezionati e caramelle sono sempre più presenti, con il thermos di  caffè alla pari con la bottiglia di vino. Tutti prodotti del consumismo e della moderna alimentazione, quasi a integrare gli elementi gastronomici di una volta; indiscussi segni di “aggiornamento”dell’oggetto alimentare che cambia, mantenendo tuttavia immutate tradizione e usanza. Si parla , si mangia e si beve, scambiando convenevoli tra conoscenti. Scortese e privo di sensibilità sarebbe, in questa autentica comunione con il defunto, rifiutare l’invito a bere o assaggiare qualcosa rivolto ai passanti in memoria di chi ha lasciato questo mondo. E’ convinzione, infatti, che “chi non c’è più  continui ad avere bisogno di nutrimento e possa restare associato ai vivi nel piacere del cibo” e dei piccoli diletti della vita: una sigaretta o la bevanda abituale del defunto, lasciate apposta sul sepolcro. L’usanza, lungi dall’essere indice di arretratezza , rinvia all’ultima cena tra Gesù e i suoi discepoli, in cui Egli annunciò la sua morte nel corso del  banchetto.

Dopo la visita in cimitero, una volta ritornati in paese il papàs viene invitato dalle famiglie colpite da un lutto  a benedire le “panaghje”o “collivi”, il grano bollito (simbolo del ritorno in vita dei corpi) che genera nuova vita a condizione che sia sotterrato.

Su un tavolo vengono sistemati un piatto con il grano bollito, una candela accesa (simbolo della immortalità dell’anima), una bottiglia di vino e due pani (simboli sacramentali)  . Dopo la benedizione il sacerdote spegne la candela immergendola nel grano e taglia uno dei pani a pezzetti, offrendoli con del grano ai presenti.

In serata l’ultimo atto della giornata in memoria dei defunti arbëreshë.

Sul solco di millenarie tradizioni pagane, retaggio della cultura greca e latina, gli uomini si ritrovano a gruppi per consumare, in un clima di festa molto composta, una cena basata soprattutto su salami e formaggi locali e innaffiata da vino paesano. Accanto una sedia vuota, rigorosamente  “riservata” ai defunti. Anche questi, infatti, nel giorno della loro “festa “ prendono parte con i vivi al banchetto comune, all’insegna di una ricorrenza fatta non solo di dolore.

 Adriano Mazziotti

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