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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

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LA NOTTE DEL FUOCO DI “QERRADONULLA”

Tra i rituali della Pasqua, quelli che maggiormente caratterizzano la comunità arbereshe di San Demetrio Corone, si celebrano il sabato santo. In questo giorno di preghiera, parallelamente alle celebrazioni cristiane si svolgono riti pagani, tanto cari ai sandemetresi.

La notte di sabato, i cittadini di San Demetrio escono dalle loro case e si incamminano in rigoroso silenzio verso la "Fontana del Collegio": vanno a "rubare l'acqua". Lungo il percorso i "diavoli tentatori", perlopiù giovani del paese che hanno già compiuto il rituale, cercano di farli parlare e, se ci riescono, si torna indietro. Bisogna, infatti, arrivare alla fontana in assoluto silenzio. Si potrà parlare soltanto dopo. In molti si sono chiesti il perché di questo antico rituale: alcuni ritengono che l'acqua rappresenti la vita del popolo arbereshe, la sua storia, la sua cultura, messa a tacere dal "padrone latino". Si va in silenzio a rubare l'acqua, perché si vuole far risplendere la tradizione arbereshe, la storia del suo popolo, senza dar ascolto al diavolo tentatore, che li vuole far parlare, vuole che dimentichino le loro tradizioni, la loro storia, la loro terra.

L'acqua conquistata in silenzio è, dunque, il simbolo del rispetto della tradizione albanese, che si rinnova nel tempo attraverso i secoli, nel nome glorioso di Skanderbek.

"Rubata l'acqua", ci si avvia verso la Chiesa madre; qui i sandemetresi hanno sistemato la legna per accendere un enorme fuoco, i cui preparativi iniziano già nel tardo pomeriggio: guai a lasciar legna accatastata vicino casa, sparirebbe per incanto e nessuno direbbe mai chi è stato a rubarla, nessuno violerebbe il segreto di "Qerradonulla". Parola di ignota etimologia, mai spiegata, dietro la quale si nasconde il fuoco di Pasqua che si accende in  suo nome: "Chi ha rubato la legna nel mio orto? Qerradonulla, Chi ha sradicato quell'enorme albero? Qerradonulla". Quando San Demetrio era sede di Pretura, alcuni cittadini del posto furono anche scagionati in suo nome.

Quest’anno il fuoco del sabato santo è stato acceso lontano dalla sua sede naturale, non più lo slargo in prossimità della chiesa di San Demetrio, occupato dalla nuova piazza da poco eretta dall’amministrazione comunale, bensì l’anfiteatro: la popolazione, dopo alcuni malumori ha accettato il cambiamento riempiendo l’anfiteatro prima dell’accensione del fuoco, che puntualmente è arrivata a mezzanotte.

Il “capo fuoco”, Salvatore Chimento, quest’anno si è superato: le fiamme del fuoco hanno superato l’edificio delle scuole elementari per la gioia di grandi e piccini. Il lavoro di “mastro Tuturo e della sua banda è durato per tutto il pomeriggio, fino a sera: il suo camion e tanti trattori, hanno girato in lungo ed in largo per il territorio in cerca di legna da ardere. Il risultato è stato notevole.

Tutta la notte i cittadini rimangono davanti al fuoco a ballare e cantare: la musica tradizionale arbereshe si alterna ai successi di Battisti ed al folk calabrese, il tutto in compagnia di un buon bicchiere di vino.

            Acqua e fuoco, dunque, simboli della Pasqua albanese: il primo, certo, a rappresentare la vita, il secondo a rappresentare la purificazione, la quaresima che per gli arbereshe inizia a Carnevale. Fuoco liberatore, dunque, che purifica tutto e tutti dal peccato, bruciando ogni colpa.

            La domenica di Pasqua ha una sua peculiarità: "L'ufficio dell'aurora", "Anastasis", "fjalza e mire": la buona novella, è qui che l'eternità insorge nel tempo e sulla terra risuona l'annuncio degli angeli "E' risorto". Nella Chiesa si canta in greco la risurrezione: "Il Cristo è risorto dai morti con la sua morte, calpestando la morte e, ai morti nei sepolcri donando la vita". Prima della cerimonia ai chiarori dell'alba, il sacerdote entra nella chiesa buia con in mano un cero acceso; ad un suo ordine lo stuolo di fedeli accende altri ceri e la chiesa si illumina di luce. Entrati in chiesa, i fedeli seguono il parroco che li conduce nuovamente all'esterno a benedire il fuoco . A questo punto si compie "L'ufficio della resurrezione di cristo dagli inferi". Il parroco impugna la croce e per tre volte cerca di "sfondare" la porta della Chiesa.

All'interno "il sacrestano", che impersona il  diavolo inferocito, lo respinge: urla, banchi che cadono, rumori inauditi; al terzo tentativo il prete entra nella chiesa al grido di "Cristo è risorto". Per gli arbereshe la resurrezione è appunto la discesa di Cristo negli Inferi per scacciare i diavoli e liberare le anime dannate.

            Nella messa delle dieci, i fedeli preparano le uova colorate che vengono consegnate al termine della cerimonia. Le uova, simbolo della vita e della resurrezione del Cristo, compaiono in tutti i dolci pasquali arbereshe, principalmente nei "Cici", esempio della loro antica arte culinaria pasquale. Essi sono fatti delle forme più variegate: per i bambini c'era il panierino, "shporteza" e "pulza", la gallinella. In ognuno di essi, un uovo sodo. I dolci potevano essere mangiati soltanto il sabato, dopo il rintono della campana "nunciatrice di gloria".

            Tradizioni sacre e rituali profani, ecco il fulcro della pasqua arbereshe, che da secoli accompagna la vita di questo popolo, rende loro più roseo il cammino della vita e sempre vivo il ricordo dell'antica e mai scordata terra natia.

Adriano D'Amico

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