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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  

ARBITALIA

 

LE TRADIZIONI PASQUALI DEGLI ARBËRESHË DI SAN DEMETRIO CORONE

Nella comunità italo albanese di San Demetrio Corone, la settimana di Pasqua è vissuta intensamente e, come per le altre tradizioni sacre, tramandate agli arbereshe dai loro antichi avi, in ogni cerimonia c'è quel pizzico di profano che le  rende altamente suggestive.

La settimana santa inizia la sera della domenica delle palme con "Il Rito dello Sposo", caratteristica del rito greco-ortodosso. In effetti, già prima, precisamente il sabato notte, gruppi di persone, principalmente donne, si recano per strada e, di casa in casa, annunciano "La Resurrezione di San Lazzaro".

La cerimonia del "rito dello sposo", invece, consiste   nella lettura di alcuni passi del Vangelo e si rifà ad una  parabola dell'antico testo, quella delle "Vergini prudenti e delle vergini  stolte". Le prime riusciranno ad illuminare il cammino del loro  futuro sposo nel momento dell'incontro, le seconde, non  curanti le vicissitudini della vita, non potranno farlo. Ciò vuol significare  che nel periodo di quaresima è necessario attendere: "Cristo   morirà sulla croce per  poi risorgere per gli uomini".

Il giovedì successivo, si ricorda "L'istituzione dell'eucarestia". All'interno della Chiesa, in un enorme tavolo, siedono i dodici apostoli. Uno di loro, con in mano una grossa chiave, rappresenta San Pietro.  Accanto ad ognuno, sul tavolo, un pane, Kulaci. Il sacerdote, prima della cena, che si ricollega alla Pasqua ebraica, al giorno, cioè, che Gesù si riunì con gli apostoli per mangiare, celebra la "Lavanda dei piedi". Lava, cioè, i piedi degli apostoli con una brocca d'acqua e li asciuga. Uno di loro, che rappresenta San Pietro, si rifiuta di farsi lavare i piedi e si convince solo dopo l'ammonimento del parroco, "Se non compi questo gesto non farai parte del Regno dei Cieli". La cerimonia, tipicamente orientale, rappresenta l'umiltà di questo popolo, il senso del rispetto e della tolleranza, antiche virtù tramandate tra secoli di storia. La sera di giovedì, in Chiesa si ricorda "La santa e tremenda passione di Cristo" e si menziona "La novella del buon ladrone", che in croce, accanto a Gesù dice: "Ricordati di me quanto sarai nel tuo regno". Nella stessa serata, vengono letti i dodici vangeli e la cerimonia dura fino a tarda notte. In un angolo della Chiesa, vengono accesi dodici ceri e per ogni  vangelo letto,  il parroco ne fà spegnere uno.

Il venerdì, nel vespro, si rappresenta "La deposizione della croce". All'imbrunire, la Processione, dove, per chissà qual motivo, partecipa l'intera popolazione. Essa attraversa tutto il paese, vie e viuzze si riempiono di persone: davanti a tutti i giovani, che si cimentano in canti, non si sa quanto sacri, accompagnati dai bambini, che provocano un'enorme trambusto con degli strumenti rudimentali di legno: le "trocche". Più dietro, il prete, di seguito la bara di Cristo portata a spalla dai "sandemetresi" e, via via, gli uomini e le donne, rigorosamente separati. Alla "Processione del venerdì santo" si incontrano persone che durante l'anno non si vedono mai; qualche vecchietta sfodera gli splendidi abiti albanesi e, nel coro che accompagna la processione, i tipici canti   arbereshe, intonati da superbe voci femminili.

Terminata la cerimonia i fedeli portano in Chiesa fiori e profumi per "imbalsamare" il corpo senza vita di Cristo.

Il sabato mattina, il parroco annuncia la resurrezione del Cristo e la sua discesa negli Inferi a liberare le anime dannate. La sera di sabato il sacro di questi giorni, si mischia al profano.

I cittadini di San Demetrio, escono dalle loro case e si incamminano

in rigoroso silenzio verso la "Fontana del Collegio": vanno a "rubare l'acqua". Lungo il percorso i "diavoli tentatori", perlopiù giovani del paese che hanno già compiuto il rituale, cercano di farli parlare e, se ci riescono, si torna indietro. Bisogna, infatti, arrivare alla fontana in assoluto silenzio. Si potrà parlare soltanto dopo. In molti si sono chiesti il perché di questo antico rituale: alcuni ritengono che l'acqua rappresenti la vita del popolo arbereshe, la sua storia, la sua cultura, messa a tacere dal "padrone latino". Si va in silenzio a rubare l'acqua, perché si vuole far risplendere la tradizione arbereshe, la storia del suo popolo, senza dar ascolto al diavolo tentatore, che li vuole far parlare,  vuole che dimentichino le loro tradizioni, la loro storia, la loro terra. L'acqua conquistata in silenzio è, dunque, il simbolo del rispetto  della tradizione albanese, che si rinnova nel tempo attraverso i secoli, nel nome glorioso di Scanderbek.

"Rubata l'acqua", ci si avvia verso la Chiesa madre; qui i sandemetresi hanno sistemato la legna per accendere un enorme fuoco, i cui preparativi iniziano  già nel tardo pomeriggio: guai a lasciar legna accatastata vicino casa, sparirebbe per incanto e nessuno direbbe mai chi è stato a rubarla, nessuno violerebbe il segreto di "Qeradonulla". Parola di ignota etimologia, mai spiegata, dietro la quale si nasconde il fuoco di Pasqua che si accende in  suo nome: "Chi ha rubato la  legna nel mio orto? Qeradonulla, Chi ha sradicato quell'enorme albero? Qeradonulla". Quando San Demetrio era sede di Pretura, alcuni cittadini del posto furono anche scagionati in suo nome.

Tutta la notte i cittadini rimangono davanti al fuoco a ballare cantare e suonare ed a bere buon vino.

Acqua e fuoco, dunque, simboli della Pasqua  albanese: il primo, certo, a rappresentare la vita, il secondo a rappresentare la purificazione, la quaresima che per gli arbereshe inizia a Carnevale. Fuoco liberatore, dunque, che purifica tutto e tutti dal peccato, bruciando ogni colpa.

La domenica di Pasqua ha una sua peculiarità: "L'ufficio dell'aurora", "Anastasis", "fjalza e mire": la buona novella, è qui che l'eternità insorge nel tempo e sulla terra risuona l'annuncio degli angeli "E' risorto". Nella Chiesa si canta in greco la risurrezione: "Il Cristo è risorto dai morti con la sua morte, calpestando la morte e, ai morti nei sepolcri donando la vita".

Prima della cerimonia ai chiarori dell'alba, il sacerdote entra nella chiesa buia con in mano un cero acceso; ad un suo ordine lo  stuolo di fedeli accende altri ceri e la chiesa si illumina di luce. Entrati in chiesa, i fedeli seguono il parroco che li conduce nuovamente all'esterno a benedire il fuoco . A questo punto si compie "L'ufficio della resurrezione di cristo dagli inferi". Il parroco impugna la croce e per tre volte cerca di "sfondare" la porta della Chiesa.

All'interno "il sacrestano", che impersona il  diavolo inferocito, lo respinge: urla, banchi che cadono, rumori inauditi; al terzo tentativo il prete entra nella chiesa al grido di "Cristo è risorto". Per gli arbereshe la resurrezione è appunto la discesa di Cristo negli Inferi per scacciare i diavoli e liberare le anime dannate.

Nella messa delle dieci, i fedeli preparano le uova colorate che vengono consegnate al termine della cerimonia. Le uova, simbolo della vita e della resurrezione del Cristo, compaiono in tutti i dolci pasquali arbereshe, principalmente nei "Cici", esempio della loro antica arte culinaria pasquale. Essi sono fatti delle forme più variegate: per i bambini c'era il panierino, "shporteza" e "pulza", la gallinella. In ognuno di essi, un uovo sodo. I dolci potevano essere mangiati soltanto il sabato, dopo il rintono della campana "nunciatrice di gloria".

Tradizioni sacre e rituali profani, ecco il fulcro della pasqua arbereshe, che da secoli accompagna la vita di questo popolo, rende loro più roseo il cammino della vita e sempre vivo il ricordo dell'antica  e mai scordata terra natia.

Adriano D'Amico

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