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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 
ARBITALIA presenta

 

"Shtjerri" E "Fanonjet"
simboli di una cultura e di una religione universale che travalicano i canoni del cristianesimo

SPEZZANO ALBANESE

bulletMartedì di Carnevale: Shtjerri - gara cavalleresca dell’agnello
bullet18 e 19 marzo: Fanonjet - i falò di San Giuseppe

L’albanesità negli arbëreshë pare covare sotto la cenere della quotidianità lëtì, per esplodere in maniera direi quasi incontrollata in occasione delle ricorrenze civili o religiose nel corso delle quali, sia a livello personale che comunitario, si da libero sfogo alla quintessenza di quel complesso di valori che ci portiamo dentro e che, quantunque repressi, nascosti, protetti, dalla maschera della quotidianità fatta di omologazione, comportamenti standardizzati, (lëtì), emergono prepotentemente allo stesso modo in cui il Dottor Jekyll, senza preavviso, prende il sopravvento su Mister Hyde.

Mi domando se la maschera sia quella che si indossa il giorno o la settimana di carnevale o se sia piuttosto quella che ci portiamo dietro per il resto dell’anno.

L’avvento della primavera è, per antonomasia, in tutte le culture e in tutte le epoche, il momento in cui ci si scrolla di dosso la negatività e si risorge a nuova vita. Tutti gli esseri viventi del mondo vegetale ed animale sembra abbiano tanta voglia di riprendere l’eterno ciclo della lotta fra la vita e la morte e, in una sorta di rivincita rispetto all’autunno e all’inverno che li ha visti cadere in una sorta di letargo in cui ciascuno ha badato solo alla sopravvivenza, sono ora colti da una iperattività che fa sbocciare i fiori, che fa crescere il grano, che fa danzare gli innamorati, che fa risorgere a nuova vita.

In questo senso, infatti,  tanti sono i paesi, dalle coordinate geografiche diversissime che ritualizzano e assegnano un funzione catartica agli stessi elementi. Al fuoco innanzi tutto. E l’arbëresh non sfugge a questi totemi. Fanonjet e Shtjerri sono due elementi della complessa simbologia che fanno parte del Dna di ognuno di noi e che si tramandano di generazione in generazione. Tutte queste manifestazioni sono infatti riconducibili ai concetti appena espressi che travalicano, come si diceva, ogni luogo, ogni cultura e ogni fede, perché in tutti i luoghi, in tutte le culture e in tutte le fedi, il bisogno insopprimibile dell’uomo di dominare le forze della natura e di esorcizzare l’ignoto è un modo per conquistarsi l’eternità.

Spixana in questo periodo è in sintonia con il risveglio della natura. Riscopre i valori di sempre. Magari adattandoli ai tempi che cambiano. Comunque è in quei valori che inconsapevolmente si rifugia. È in quei sentimenti che trova unità d’intenti. E’ lì che trova il dialogo con l’altro se stesso. Si apre alla contagiosa voglia di vivere e partecipa alle feste di primavera come una sorta di iniziazione collettiva.

Le manifestazioni primaverili riconducibili al Carnevale (che nella nostra comunità hanno la loro acme con lo “Shtjerri”) e ai falò di San Giuseppe, rappresentano solo la miccia che innesca l’esplosione dei sentimenti che ci affratellano nella diaspora di un popolo che continua a cercare una madre patria che non esiste, sublimata com’è in un’immagine culturale, uno stereotipo ormai, ma tanto necessario per sentirsi non omologati e non omologabili.

Il martedì di carnevale, si svolgerà quindi, come sempre, la tradizionale gara cavalleresca dell’agnello (Shtjerri). Il torneo consiste nell’appendere a testa in giù, al centro di una fune legata fra i balconi di due case di fronte, un agnello appena ucciso, con un anello del diametro di pochi centimetri fissato al naso. Una serie di cavalieri in costume, a cavallo di destrieri anch’essi addobbati per l’occasione con sonagli, nastrini e fiocchi colorati alla criniera e alla coda, a turno e al galoppo sostenuto, devono cercare di infilare lo spiedo di cui sono muniti, che tradizionalmente si utilizzava per infilzare la carne da arrostire alla brace, nell’anello sistemato al naso della carcassa dell’agnello che penzola al centro della strada.

In epoca storica, il cavaliere dedicava la vittoria alla sua fidanzata che assisteva dal balcone all’impresa cavalleresca del suo spasimante. Questi terminava la sua corsa proprio sotto quel balcone, lanciando all’innamorata confetti e baci, fra scroscianti applausi.

Le varie tifoserie ai lati della strada incitavano i propri beniamini, forse anche nella speranza di essere invitati alla cena che di lì a poco sarebbe stata effettuata con le carni dell’agnello, dal gruppo di amici che faceva capo all’abile cavaliere.

L’impresa, considerato che il cavallo corre al galoppo, è tutt’altro che facile. Infatti, occorrono numerosi tentativi, prima che il più bravo o il più fortunato riesca ad infilare l’anello, facendo anche in modo che lo spiedo vi resti appeso.

Il torneo, interrottosi alla fine degli anni cinquanta per via della drastica diminuzione di cavalli, è tornato in auge grazie all’associazione amatori cavalli “Il Destriero”. Ora non vengono più utilizzati i cavalli con i quali gli agricoltori accudivano ai campi, ma solo animali allevati per gare e competizioni sportive. L’attuale presidente dell’associazione Ferdinando Cucci, nel sottolineare che si tratta di un torneo unico nel suo genere, che comunque non ha nulla di cruento, ci ricorda come di questa singolare manifestazione ne parlino diversi storici locali fra cui il Serra.

La stessa Maria Zanoni nel suo “Riti e Miti”, lo inquadra fra quei “riti propiziatori di purificazione ed espulsione delle forze malefiche di origine pagana”. Per un altro nostro cultore di storia locale, Giuseppe Acquafredda, la manifestazione non ha nulla a che vedere con la storia degli arbëresh e fa risalire tale giostra dell’agnello ad analoghi tornei che si celebravano nel regno di Napoli, di cui si ha notizia fin dal 1647, in tempi in cui ogni festeggiamento in onore dei regnanti era «occasione per giostre, giuochi “di lance all’anello” e grandi tavolate» (Nino Leone: “Napoli ai tempi di Masaniello” pag. 260).

L’altra manifestazione tipica del periodo è quella che si consuma, per così dire, la sera del 18 e quella del 19 marzo, in concomitanza con i festeggiamenti in onore di San Giuseppe. Due serate in cui si rinnova il rito pagano dei falò (fanonjet) che riprende un’antichissima usanza riconducibile ai riti propiziatori per il ritorno della primavera di epoca romana e medievale.

Nei vari rioni (gjitonie) del paese, ancora oggi, infatti, si rinnova il “rito” storico folcloristico che coinvolge tutta la popolazione. Nei giorni e nelle settimane che precedono la festività di San Giuseppe, ogni rione fa a gara nell’accumulare il maggior quantitativo possibile di fascine provenienti, dalla potatura degli ulivi e delle viti. Tutte le frasche raccolte serviranno per accendere un grande falò che dura due sere consecutive.

Nei pressi del cumulo di frasche ardenti che diventa sempre più alto e sempre più incandescente, si friggono le zeppole caratteristiche (vechiarele), prodotto tipico della cucina arbëreshë, che, innaffiate da vino casereccio a volontà e dall’offerta di un piatto di lagana con ceci  (tumac me qiqëra), vengono distribuite ai presenti e ai visitatori provenienti dagli altri rioni del paese che, in una specie di pellegrinaggio, fanno il giro dei falò dei vari rioni per giudicare quale sia il più grande, il più ospitale e il meglio organizzato. Su tutto poi domina la musica; di rigore quella dell’organetto, ma ormai sempre più spesso soppiantata da quella moderna più assordante.

Il momento culminante di tutta la manifestazione si raggiunge comunque quando, aiutati dal buon vino e dal cibo che contribuisce ad esaltare gli animi, gli astanti si cimentano in pseudo pericolosi salti del falò, le cui fiamme volgono ormai al termine.

Nell’immaginario del rituale che affonda le sue radici in epoche storiche lontanissime, assorbite e fatte proprie poi, dalla religione cristiana, tali salti avevano e conservano ancora, seppure inconsciamente, il significato dell’uomo che sfida e domina le forze della natura, piegandola ai suoi voleri.

Spixana, la sera del 19 marzo come ogni anno, brucia nei fanonjet il grigiore e la negatività rappresentata dall’inverno che volge ormai al termine e si rivolge all’incipiente primavera, apportatrice di gaiezza e di rinnovata voglia di vivere con lo spirito del fanciullo che esorcizza la paura e l’ignoto saltando sul falò di San Giuseppe.

Raffaele Fera

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