- La prima ricostruzione storica sulla
statua della Madonna di Spezzano Albanese :
- LA MADONNA DELLE GRAZIE NELLA
SCULTURA TRECENTESCA MERIDIONALE
- di
- Giulio Cesare De Rosis
Un lavoro di ricerca sulla statua originale della
Madonna delle Grazie di Spezzano Albanese (Cs) non è facile poiché non
esiste una bibliografia specifica sul tema. In pratica molte notizie su
questa antica scultura di pietra “miscelata” con fango e paglia - che si
conserva all’interno di un’apposita nicchia protetta da una spessa
barriera di vetro nel Santuario omonimo - non ce ne sono.
Con questo scritto si intende sostenere una tesi
che si ritiene sia la più attendibile, e che possa essere da stimolo per
gli studi futuri. Le considerazioni artistiche che seguono sono il
frutto di un riscontro storico di avvenimenti che hanno segnato e
caratterizzato la terra calabrese e, per essere più generici, del
Meridione. Occorre premettere che si ignora l’artista che ha scolpito la
Vergine.
La tematica da cui è necessario partire è il fatto
che il territorio di Spezzano Albanese fu abitato fin dall’antichità,
come testimoniano gli scavi archeologici di Torre Mordillo e di altri
siti (VIII sec. a. C) , ed in seguito fu colonizzato dai Greci e dai
Romani.
Dopo la caduta dell’Impero Romano, il territorio
spezzanese subì le devastazioni dei Barbari fino a quando non fu
sottoposto all’Impero Romano d’Oriente, dopo la guerra greco – gotica.
Verso la metà del XII secolo, racconta lo studioso
Francesco Marchianò, nella vicina Abbazia di S. Antonio di Stridola si
stabilirono i Normanni guidati da Roberto il Guiscardo, il quale
sbaragliò in poco tempo Longobardi, Saraceni e Bizantini che compivano
continue scorrerie.
Nel 1451 i monaci eremiti Agostiniani di Terranova
da Sibari chiedono al Papa ed al Vescovo di Rossano di riattare ed
abitare la chiesa della “Beata Vergine di Spizzano”: è la prima
citazione della futura chiesa della Madonna delle Grazie e del toponimo
che si trasformerà in Spezzano Albanese nel 1811.1
Prima di tale data, il paese era denominato
Spezzanello di Tarsia da cui dipendeva amministrativamente. Si
ricorda, a tal proposito, che Tarsia è un antico borgo abitato dai
Normanni il cui influsso nella località tarsiana, ovviamente, fu
notevole, come sicuramente fu per il territorio di Spezzano. A questo
punto si rileva che non è in errore chi sostiene che la corona dorata
che sta sul capo della Vergine, a forma di castello, o torre, abbia
delle reminiscenze normanne.
Ma come ognuno può constatare, la scultura della
Madonna delle Grazie è postuma (di poco) all’età angioina, più
precisamente collocabile all’approssimarsi dell’avvento del casato
aragonese, il cui influsso aveva già contribuito allo sviluppo artistico
della terra calabrese.
Una prova di questo fiorire artistico è la tomba
di Isabella d’Aragona nel Duomo di Cosenza, opera di un maestro
francese.
Ma in questa sede non è opportuno dilungarsi sugli
“itinerari aragonesi” e si riprende il discorso inerente “ Zonja
Shën Mëri ”, titolo con cui viene denominata dai locali la Santa
Patrona del paese.
I suoi lineamenti corporei, fa notare Francesco
Marchianò, hanno numerose caratteristiche stilistiche riconducibili agli
Svevi, ed ancora una volta non si può che confermare la validità di
queste osservazioni, come non si può dissentire sul fatto che la statua
abbia uno stile gotico riconducibile a Tino di Camaino (Siena 1285-
Napoli 1337).
La Madonna “nel vetro”, come viene chiamata
in gergo, è stata sottoposta ad un accurato restauro nel 1981, sotto la
stretta sorveglianza delle Belle Arti di Cosenza, per mano di un abile
decoratore di Cassano allo Jonio: Guido Faita.
Dal restauro, ma forse era emerso già prima, si è
notato che, con ogni probabilità, la statua del Bambinello sia postuma
alla realizzazione scultorea della Madonna, forse già risalente al Primo
Rinascimento (Umanesimo).
Il prof. Alessandro Serra sosteneva che la statua
non mobile della Madonna delle Grazie fosse una “ Madonna bizantina e
precisamente una Madonna Regina ”.
Ma il Marchianò, giustamente, accetta la tesi che
sia una Madonna Regina e respinge il fatto che sia bizantina.
Ma non si deve escludere del tutto il riferimento
al bizantinismo, pur considerando una grande verità il fatto che i
bizantini ammettessero solo la venerazione della sacre icone; infatti
quando alla presenza bizantina subentrò quella latina, i sacerdoti,
distrutte le icone rimaste, si adoperarono affinché venissero costruite
delle statue.2
Pur accettando in pieno le tesi del prof.
Marchianò, si afferma, però, che presenta anche un fondo di verità ciò
che ha sostenuto il Serra e che riguardano alcune reminiscenze bizantine
visibili nella nostra Madonna: in primis lo sguardo ieratico tipico
delle Vergini orientali, inoltre la collana doppia che le avvolge il
collo risulta essere tipicamente “costantinopolitana”.
3
E’ pur vero che, complessivamente, la statua, e
non si entra in contraddizione per quanto detto in precedenza, può e
deve essere definita angioina, in virtù del fatto che l’abbiamo
attribuita a discepoli di Tino di Camaino, il quale scolpì una statua
esemplare di “Madonna con Bambino”, che può essere definita “matrice”
della nostra Madonna.
La “Madonna col Bambino”, opera di Tino da
Camaino, conservata a Firenze (Museo del Bargello), con la mano destra
regge il libro (segno della Sapienza) che la nostra, invece, regge con
la mano sinistra.4
In essa si notano gli essenziali, compatti e saldi
volumi non legati alle vesti: Madre e Figlio formano un tutto organico,
difficilmente scomponibile. Anzi, ad aumentare l’unione tra le due
figure, lo scultore riprende nel Figlio il moto delle pieghe del manto
materno e persino le morbide torniture del corpo di lei (a differenza
della nostra Madonna, ci preme precisare che, quella del Camaino non ha
lineamenti corporei svevi, come già detto) e rende, inoltre, eguale
l’inclinazione delle teste.
Le belle cadenze lineari di questa scultura sono
un’altra prova del goticismo di Tino di cui ha parlato anche il
Marchianò nell’opera citata.5
Ma per avere un’idea più nutrita su Tino di
Camaino, occorre inquadrarlo in un contesto più generale.
Come in età angioina un grande protagonista della
pittura meridionale fu Roberto di Oderisio, assieme a Simone Martini, -
e quest’ultimo importante per la nostra storia in quanto esecutore del
dipinto su tavola raffigurante il S. Ladislao Re d’Ungheria (che si
conserva ad Altomonte), commissionato da Filippo Sangineto, dignitario
di Altomonte - così Tino fu abile come scultore.6
L’artista senese, da noi già citato, probabilmente
lavorò alla corte dei Sangineto, ma notizia più certa è che si prodigò
per Roberto d’Angiò.
Infatti, esauritosi il lievito delle presenze
francesi, già a partire dal secondo decennio del Trecento, e con i
prodotti “romani” ormai assestati su una cifra di corrente artigianato,
a vivificare l’ambiente contribuirà l’arrivo a Napoli, nel 1324, appunto
di Tino di Camaino.
L’artista fu uno dei pochi scultori in grado di
assecondare, in questi anni, le esigenze ed i programmi di una corte
intenzionata sempre più, specie con Roberto, a utilizzare la cultura e
l’arte come strumento di prestigio e di affermazione politica.
Nella sua discesa verso il Sud, Tino era stato
preceduto nel 1314 da un conterraneo, << Ramulus de Senis >>, per
solito identificato con il misterioso Ramo di Paganello.
Nella capitale angioina il senese acquisì subito
una posizione di assoluta preminenza, monopolizzando con l’aiuto di una
organizzata bottega tutte le iniziative regie nel campo della scultura e
dell’architettura, al punto da fare di Napoli la sua residenza
definitiva fino alla morte avvenuta nel 1337.
Per circa un ventennio il suo linguaggio, di
ispirazione martiniana, - che all’altezza degli anni ’30 registra anche
esplicite collusioni con lo stile giottesco - particolarmente evidente
nelle splendide sculture della Badia di Cava dei Tirreni7,
sarà il punto di riferimento di un nutrito gruppo di scultori locali,
forse pure suoi collaboratori.8
Ma, ad avere vita lunghissima, fino alle soglie del Quattrocento,
saranno soprattutto i suoi schemi tombali a edicola.
La chiamata a Napoli nel 1343, dei fiorentini
Pacio e Giovanni Bertini (possibili, a nostro parere, esecutori della
scultura di Spezzano Albanese in questione), portatori di una formula
gotica più svolta e flessuosa, aggiornata agli esiti di Andrea Pisano (Bertaux,
1895), determinerà una virata del gusto del tutto consonante con gli
esiti della pittura che alimenterà il corso della scultura napoletana
per alcuni decenni.
Gli effetti di questa innovazione avranno estese
ripercussioni in Calabria, da Scalea a Tropea, Castrovillari, Vibo
Valentia, Altomonte, Mileto, Gerace, Reggio Calabria (Negri Arnoldi,
1983)9
e alle quali non si ha timore di annoverare anche la statua della
Madonna venerata in Spezzano Albanese.
Crediamo, in conclusione, che lo stesso Tino da
Camaino si sia ispirato per la “sua” Vergine ad un rilievo di un suo
predecessore: Benedetto Antelami che, nel rilievo “L’adorazione dei
Magi” (nella lunetta del Portale della Madonna del Battistero di
Parma –1196), ha anticipato le pose e i lineamenti della “Sedes
Sapientiae”, molto simile alla Madonna oggetto del nostro studio.
E’, però, anche evidente che le premesse dell’arte
di Tino da Camaino debbano essere ricercate nel plasticismo severo e
denso di Arnolfo di Cambio (1270-1302).
Questi, infatti, tende a chiudere le immagini
entro involucri plastici piuttosto grevi, anche se snoda la linea in
modo assai elegante e svolge le superfici con andamento largo e disteso,
ottenendo passaggi morbidi.
Questa ispirazione può trovare un ulteriore
riscontro anche nelle stesse struttura architettoniche dei monumenti
funebri di Tino da Camaino che derivano dai cibori romani di Arnolfo di
Cambio.10
Giulio Cesare
De Rosis.

1
FRANCESCO MARCHIANO’,
A cura di, “Spezzano Albanese nella Storia”, in Mater
Ecclesiae (Quaderni della Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo) pag. 4
Anno I n. 1 Sett. 2003.
2
FRANCESCO MARCHIANO’, A cura di, “Storia del
Santuario”, in Santuario di S. Maria delle Grazie in Spezzano
Albanese, TNT grafica, Spezzano Albanese 2001.
3
GIULIO CESARE DE ROSIS, “L’iconografia orientale, la
Vergine di Costantinopoli” in Mater Ecclesiae (Quaderni della
Parrocchia dei SS. Pietro e Paolo) Anno I n.1 Sett.2003
4
La Madonna del Bargello (marmo 1318 h 78 cm) , a ragione, è stata
denominata anche Sede della Sapienza.
5
L. BORGESE – R. CEVESE,“L’arte classica italiana”
Vol.II Parte II Garzanti editore (1982); v. nota 2.
6
5. MARIA PIA DI DARIO GUIDA, “Il museo di S. Maria della
Consolazione in Altomonte” Di Mauro editore.
7
Cfr. Maria Pia Di Dario Guida, Arte in Calabria,
Catalogo della mostra , Di Mauro editore, 1976.
8
Fra questi citiamo l’autore dell’arca di Berterado e Giovanni
Lautrec nel Santuario di Montevergine (1335 ca.) e della Madonna con
Bambino del Vescovado di Aversa, mentre in parte suo è il coevo
sepolcro di Enrico Sanseverino nella cattedrale di Teggiano ( Negri
Arnoldi, 1990)
9
F. ACETO,
“L’età angioina: centro e periferia”, in “Storia del
Mezzogiorno”,Vol. XI, Roma, 1993, pag. 357-366.
10
L. BORGESE – R. CEVESE,
“L’Arte classica
italiana”, Vol. II, Parte I, Garzanti editore (1992).

Bibliografia
ed approfondimenti:
MARIA PIA DI DARIO GUIDA,
“Icone di Calabria e altre
Icone meridionali”, Soveria Mannelli (CZ)
1992.
MARIA PIA DI DARIO GUIDA,
“Calabria Angioina” 1983.
MARIA PIA DI DARIO GUIDA,
“La cultura artistica in
Calabria, Dall’alto medioevo all’età aragonese” Gangemi editore
1999.
GIULIO CESARE DE ROSIS, “Mater
Dei : Regina del Cielo e dispensatrice di Grazia”,
in Mater Ecclesiae (Quaderni della Parrocchia dei
SS. Pietro e Paolo), Anno II, n. 5, Maggio 2004.