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ARBITALIA 
Shtëpia e Arbëreshëve të Italisë
La Casa degli Albanesi d' Italia  
 

 

n. 1 gen. – feb. 2005

 

BREVI CONSIDERAZIONI SUL COSTUME DELLE DONNE ARBËRESHE

di Maria Frega

Il costume di gala, con le sue preziose stoffe
 di raso ,broccato, di seta e oro, in una
 armonica combinazione di colori,
 con ricami preziosi, testimonia,
 come i canti, le prosperità
 dell’Albania quando gli
 esuli l’abbandonarono.
Ernest Koliqi

           La più antica documentazione che si ha sul costume calabrese è data da un’opera pubblicata in Spagna nel sec. XVI intitolata “Trages de Italia”, nella quale, sotto un relativo disegno, si legge la didascalia: “Los Calabreses usan una capa de pario de pano negro y un gorro de pario o’ seda segun la estacion…

            Il costume calabrese acquista notorietà, nel senso che lo si viene a conoscere fuori dai confini della regione, da quando il francese Depreez, sul finire degli anni 1770, disegna per l’Abate di Saint Non paesaggi visitati con figure di contadini e gentiluomini, di campagnole e di cittadine; piccole immagini che costituiscono una documentazione basilare. Successivamente in seguito al terribile terremoto del 1783, la documentazione si arricchirà delle incisioni di artisti provenienti da ogni parte d’Europa, giunti in Calabria per osservare in quale grave prostrazione era stata ridotta una terra, fino a meno di un decennio prima del viaggio dal Depreez che la descriveva ricca di prodotti della terra e della capacità degli uomini ed ancora famosa per la vivace bellezza delle donne orgogliose dei loro altrettanto vivaci costumi.

Nell’Ottocento, con l’occupazione francese, si hanno le prime distinzioni dell’abbigliamento tipico del calabrese, per gli uomini dal classico copricapo conico il “cervone in panno nero e nastri pendenti di vaio colore, la giacca di velluto corta, i pantaloni di velluto stretti sotto il ginocchio, le calze di lana e le scarpe di cuoio allacciate sino al ginocchio, e per le donne dall’ampia camicia, dallo stretto “xhipuni” (corpetto) e dalla larga gonna stretta in vita. Il copricapo appare poi in tutte le stampe che raffigurano i noti briganti che infestavano tutta la Calabria dal Pollino alla Sila, dalle Serre all’Aspromonte, ma era considerato anche segno distintivo di ribellione del calabrese verso gli stranieri occupanti. Era stato adottato anche dagli uomini delle comunità albanesi, come gran parte del costume maschile, come dimostrano le foto del periodo fine ‘800 e inizi ‘900.

Nelle comunità albanofone della Calabria si ha una notevole varietà di costumi tradizionali che, seppure diversi da paese a paese, hanno dei tratti di omogeneità non riscontrabili in altre parti della regione. Di questi si interessò un gran numero di viaggiatori, scrittori, artisti che lasciarono tracce indelebili ai fini della ricostruzione di una storia di questi costumi.

Il costume che le donne arbëreshe hanno indossato fino agli anni ’60 e che, in alcuni casi eccezionali continuano ad indossare ancora oggi, è la parte più appariscente, oltre alla lingua materna (l’arbërisht) e al rito bizantino, della diversità culturale degli italo-albanesi (arbëreshë).

            I costumi (stolitë) femminili, per la peculiarità che andremo più avanti a trattare, hanno sempre richiamato nel passato l’attenzione dei viaggiatori stranieri del grand tour, degli etnografi e degli incisori. Oggi attraggono i turisti. Anche se ridotti per numero o dimessi, i costumi continuano ad affascinare anche gli esperti di moda, gli inviati della grande stampa, delle televisioni e degli studiosi.

            Lungro (Ungra) e gli altri due centri vicini, anch’essi albanofoni, Acquaformosa (Firmosa) e Firmo (Ferma), possiedono in comune uno dei costumi tra i più caratteristici dell’intera area dell’Arbëria: bello, sfarzoso, regale, dalle preziose stoffe di raso intessuto con filo d’oro zecchino e d’argento, con i ricami orientaleggianti che ricoprono il corpetto e con il pregevole corredo di monili d’oro antico.

            C’è da chiedersi come un costume così prezioso e fastoso potesse appartenere alle donne di quegli esuli che, nella seconda metà del XV secolo, dovettero abbandonare l’Albania invasa dagli ottomani dopo la morte del leggendario eroe di Kruja (1468), Giorgio Castrista Scanderbek. Oppure era un costume principesco, se si avvalora l’ipotesi che  quei “profughi” erano famiglie nobili del Paese delle Aquile dove vigeva il sistema feudatario, giunte da noi portandosi dietro anche i propri dipendenti, lavoratori e contadini?

            Il costume tradizionale o popolare in genere, entrato a far parte nella storia dell’abbigliamento non solo della gente albanese, oggi sopravvive come un reperto, un unicum e viene gelosamente custodito in quelle poche famiglie che hanno avuto la saggezza di preservalo dall’incuria. Man mano che gli anni passano diventa sempre più raro e il suo valore cresce. Si pensi che negli anni sessanta alcuni di questi costumi furono acquistati a Lungro per un prezzo di oltre mezzo milione.

            In queste tre comunità arbëreshe si conservano ancora numerosi di esemplari e sarebbe opportuno e saggio che si procedesse al loro monitoraggio da parte delle amministrazioni comunali interessate o dalle associazioni culturali. Potrebbe intervenire anche la stessa Soprintendenza per la loro salvaguardia.

            Ma questi esemplari, alcuni hanno anche un secolo o più di vita, è possibile ammirarli in pubblico? La nostra risposta è: solo in pochissime eccezionali occasioni. Attraverso le vecchie ed ingiallite foto di famiglia si può tentare di ricostruire la memoria storica del costume. Quasi tutte le nostre nonne si sono lasciate fotografare nei momenti più piacevoli della loro esistenza, come il matrimonio. In qualche archivio, come l’Istituto Luce o le teche della Rai, ci possono essere le immagini impresse dagli operatori in alcuni avvenimenti che videro le rappresentanze arbëreshe presenti. Ricorderemo questi avvenimenti più avanti. Oppure rimangono le immagini “girate” da cineamatori, come per esempio durante le rappresentazioni storiche dell’epopea scanderbecchiana svoltesi a Lungro sempre negli anni ’60, epoca in cui queste popolazioni presero coscienza delle loro radici storiche e del grande patrimonio linguistico, religioso  e tradizionale che da secoli custodivano forse inconsapevolmente.

Il lento declino dell’uso dell’abbigliamento tipico.         

Oggi le nuove generazioni nulla sanno della maestosità delle donne arbëreshe. Era il dopoguerra, poi giunsero gli anni ’50 e per allora vedere le donne in costume era un aspetto della quotidianità. Procedevano con portamento regale nel pieno del loro splendore nei cortei nuziali, preceduti dai suonatori di zampogna, nelle grandi festività religiose ed in altri avvenimenti della vita pubblica. Poi negli anni ’60 qualcosa incominciava a cambiare. In giro si sentivano sempre più di frequente voci su quella tale donna che u vesh zonjë ( si è vestita da “signora”), il che significava che aveva ormai definitivamente rinunciato al costume tradizionale. Iniziava così la fine di un’epoca. Motivi di praticità e, soprattutto, di un raggiunto benessere economico, stavano a giustificare una scelta che col tempo poi ha interessato la generalità delle nostre donne, salvo qualche eccezione. Ci sono ancora oggi, ma si possono contare, alcune donne ormai anziane che portano con fierezza il loro antico abbigliamento. Va detto anche che in quei tristi tempi, segnati dalle conseguenze di una guerra ancora troppo vicina nei ricordi ma anche per le ristrettezze economiche palesi e di una povertà dilagante, non era tanto facile reperire le costose e introvabili stoffe per rifarsi un costume di quella fattura.

Così Camillo Vaccaro, nota figura di educatore lungrese (1864 – 1955), autore di pubblicazioni a carattere pedagogico, in una delle sue numerose conferenze, ha raccontato il lento declino del costume femminile di Lungro: “Non più il matrimonio accompagnato dai cantori e non più la cerimonia del finto ratto, come non più le vesti sgargianti delle donne, vesti che costavano un patrimonio, intessute di argento e rutilanti di oro; quasi non più la pettinatura speciale applicata alla nuca, la chesa rutilante anch’essa di argento e d’oro. L’abito albanese, ma di qualità inferiore, è ancora usato dalle in abbienti solamente, le quali già vestono le figlie all’italiana senza il canduscio”.

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